Una città senza nome: l’abitato di Castel di Decima

“Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. Abbiamo sempre saputo che i Romani furono grandi ingegneri, letterati, che furono all’avanguardia in molti campi della medicina, arrivando a praticare addirittura la chirurgia vascolare, ma che avessero postulato la legge sulla conservazione della massa, forse, può sembrare un’esagerazione ai più. Eppure, quello di Lavoisier è un principio che ben si applica alla realtà di Roma, dove si è continuato a costruire e a vivere sempre negli stessi luoghi fin dall’epoca arcaica (VIII sec. a.C.); luoghi che oggi rivelano agli archeologi incredibili particolari sulla realtà in cui agivano i nostri antenati e che permettono di portare avanti importanti studi sui loro stili di vita. Appuntamento al chilometro 18 della Laurentina. Così recita la pietra miliare trovata da queste parti. Ma non ci troviamo all’altezza di Schizzanello, bensì in località Castel di Decima, a pochi metri dalla Pontina. Ovvero il nome che i nuovi romani danno alla Laurentina degli antichi romani. È qui che a partire dal 1971 gli scavi archeologici hanno evidenziato la presenza di 350 tombe del VIII e VII secolo a.C., identificando anche, poco distante, un abitato databile allo stesso periodo. Una cittadella di cui non si sa molto, nemmeno il nome, data la disputa sulla reale ubicazione delle due città di epoca arcaica che dovevano sorgere nell’area, Tellenae – probabilmente l’abitato dell’Acqua Acetosa – e Politorium – per cui sono state proposte diverse aree.
Quello che sappiamo è che i suoi abitanti costruirono una cinta muraria tufacea sulla sommità di una rocca naturale, posta a guardia di un fiumiciattolo, il Rivus Albanus, o come è conosciuto oggi, il Fosso di Malafede. È uno schema comune, che si ripete infatti proprio nell’abitato precedentemente citato e oggi identificato con l’antica Tellenae; secondo gli studiosi infatti, il Latium Vetus doveva essere caratterizzato da una moltitudine di cittadelle fortificate, poi inglobate dalla potenza nascente di Roma e “riciclate” in roccaforti a guardia dell’Urbe. Fu ciò che probabilmente avvenne anche qui, nell’abitato di Castel di Decima; così sembrano testimoniare, infatti, i ritrovamenti databili all’epoca repubblicana. Ma le scoperte più interessanti le riserva la necropoli, dove è stato ritrovato un corredo principesco, composto di un pettorale di bronzo, una fibula d’argento, due spade – di cui una con guaina intarsiata d’ambra – punte di lance, tre scudi, un frontale per un cavallo ed un carro da combattim
nto, oltre che numerosi vasi di bronzo. Un’altra tomba femminile ha rivelato invece numerosi gioielli d’oro e d’ambra. Reperti che lasciano quindi a bocca aperta per la loro raffinatezza e che rivelano anche un’origine lontana (molto probabilmente fenicia).
Nella campagna limitrofa oggi pascolano le pecore. Qua e là delle quaglie si alzano in volo. È lo stesso panorama agreste che quegli abitanti, da lassù, da quella rocca, dovevano ammirare ogni giorno.
Scendendo da via Clarice Tartufari si incontra oggi il Castello di Decima. Proprio qui doveva sorgere, secondo gli studiosi, una villa romana e qui, nell’alto medioevo, fu costruita la fortificazione che in un documento del 1081 è chiamata “Castrum pontis Decimi”. Il quale, a sua volta, attualmente, è circondato da ville (moderne). “Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. E forse allora sì, questo principio lo avevano intuito anche nostri antenati romani.

Di Gabriele Rizzi

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