Un passato molto remoto e dimenticato: l’abitato e la necropoli di Laurentino Acqua Acetosa

“Scomparsi senza lasciare tracce”. Così Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) descrive i tre centri abitati costruiti e abbandonati oltre le mura di Roma di cui già nella sua epoca si era persa memoria: Politorium, Ficana e Tellenae. Ma dopo più di due millenni di oblio, le tre città perdute sono state forse identificate; gli archeologi fanno coincidere infatti Politorium con i ritrovamenti presso Castel di Leva mentre Ficana corrisponderebbe a quelli di Acilia. Gli indizi lasciatici da Livio e Strabone spingono invece gli studiosi a ritenere plausibile che Tellenae potesse essere situata lungo la Via Laurentina. Si chiuderebbe così un cerchio: se fu l’espansione di Roma verso il mare ad opera di Anco Marzio a segnare il declino di questo centro abitato protostorico, è stata la nuova espansione dell’Urbe a riportarlo alla luce. Vasellame, bronzi, scudi e molto altro sono stati infatti scoperti a partire dal 1976, quando nella zona dell’odierna Riserva di Laurentino Acqua Acetosa si cominciò a costruire il quartiere di Fonte Ostiense. Un nome non casuale: qui una fonte c’era davvero (e c’è ancora).
Fu proprio in virtù della sorgente, della vicinanza del Tevere ma soprattutto della conformazione del luogo, un pianoro a forma di mezzaluna che rappresentava una vera e propria fortezza naturale per via delle pareti tufacee a strapiombo, che i primi abitanti del Lazio, i Latini (o Aborigeni come preferisce chiamarli Livio) scelsero di stabilirsi in questa zona. E se Roma fu fondata secondo la tradizione nel 753 a.C., i primi abitanti si insediarono in questo territorio già tra il III e II millennio a.C., come testimoniano i ritrovamenti presso l’incrocio tra la Via Laurentina e via Byron, a quattrocento metri dall’altopiano. I frammenti in ceramica riportati alla luce proprio sull’altura e databili al VIII secolo a.C. dimostrano poi come gli uomini continuarono ad abitare l’area. Tuttavia i rinvenimenti più interessanti provengono dalla adiacente necropoli: vasi ricercati, anfore, recipienti e fibule in bronzo, scudi, spade, lance, archi rivestiti a dischi d’ambra, vaghi di collana in pasta vitrea e ornamenti in oro offrono agli archeologi uno spaccato della vita dell’epoca, dove i ricchi proprietari terrieri potevano permettersi lussi esotici e tombe principesche. Delle duecento tombe finora scoperte, alcune testimoniano infatti il prestigio di cui godevano alcune famiglie, le cui sepolture prevedevano al centro il loculo del probabile capostipite e attorno, disposti in un’ampia area circolare, quelli degli altri membri del nucleo familiare. Anche le tombe confermano la presenza continuativa degli antichi abitanti: se le più antiche sono infatti riferibili al 830-770 a.C., quelle più recenti sono databili al 630-580 a.C.
Un mondo questo, che avrebbe visto la fine con la crescita di un piccolo insediamento non troppo diverso da quello del Laurentino-Acqua Acetosa, Roma. La necessità di spingersi fino al mare avrebbe portato Anco Marzio a smantellare le antiche fortificazioni della campagna laziale, segnandone il declino e l’inizio dell’oblio. Oblio che purtroppo perdura ancora oggi; sebbene questo sito sia uno dei più ricchi ed esemplificativi della vita quotidiana dei primi abitanti della nostra regione, è pressoché sconosciuto ai più e circondato dalle sterpaglie. Ma gli acquedotti degli antichi Romani insegnano: quanto è stato da loro progettato e costruito è destinato a durare nel tempo. E chissà che un giorno questo antico abitato, valorizzato, non ritorni ai suoi fasti originali.

Di Gabriele Rizzi

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