Quattro chiacchiere (vere) con Alessandro Serafini: il Caffè della Pace chiuderà?

La questione si fa sempre più intricata: appelli, tentativi di mediazione, difficoltà. Ecco come Alessandro Serafini ci ha raccontato la vicenda dello sfratto al Caffè della Pace. Sabato 15 marzo abbiamo incontrato Alessandro, uno dei membri della famiglia Serafini, storici proprietari e gestori dell’Antico Caffè della Pace: un aperitivo e due chiacchiere per capire, attraverso la viva voce di uno dei protagonisti – suo malgrado – come e da dove nasce questa vicenda che, con il passare dei giorni, si fa sempre più intricata.
«Il problema – ci dice Alessandro – è l’atto di sfratto fatto pervenire dal Pontificio Istituto Teutonico di Santa Maria dell’Anima agli affittuari dei locali e degli appartamenti in possesso del suddetto Istituto». Preceduta da una lettera da parte dell’Istituto stesso volta a chiarire le possibilità di rinnovo del contratto in scadenza da parte degli affittuari, la comunicazione di sfratto è arrivata circa un anno e mezzo fa: una doccia fredda per la famiglia Serafini, visti i reiterati tentativi da parte della gestione di stabilire un contatto con l’Istituto, per facilitare una mediazione e un tentativo di accordo in merito alla riproposizione di un nuovo contratto di affitto.
«Il Rettore è cambiato, e con esso anche i rapporti tra l’Istituto e la nostra famiglia: nonostante il nostro impegno nella ricerca di un dialogo, dall’altra parte non abbiamo riscontrato alcuna disponibilità, né una proposta per mantenere in piedi l’attività» continua Alessandro, spiegando come a peggiorare la delusione dovuta alla richiesta di andarsene abbia concorso una triste verità: voci di corridoio – nulla di ufficiale, non si hanno né nomi, né titoli – sostengono infatti che alla base dello sfratto ci sia la proposta, da parte di un privato, di effettuare a titolo gratuito i lavori di restauro della palazzina, in cambio di un affitto trentennale a costo zero e al nulla osta per la realizzazione all’interno dell’edificio di un Relais.
Amarezza e rabbia da parte della famiglia Serafini, imbarazzo nei confronti di molti: dei clienti, degli abitanti del quartiere, ma soprattutto, nei confronti dei venticinque dipendenti che si avvicendano tra i tavoli del Caffè della Pace. «Il mio staff mi chiede spesso che fine faremo, e la mia impossibilità di dare loro una risposta mi fa star male. Qui si tratta di famiglie, di persone che si sono conosciute lavorando in questo posto e che in questo locale hanno investito e creduto molto».
Capiamo una cosa, fondamentale: non è solo una questione di “commercio”, è una questione di “storia”, familiare e territoriale. «La mia famiglia abita qui dal 1974, e da sempre il nostro locale è stato uno dei nuclei pulsanti della vita del quartiere». Chiuderlo vorrebbe dire privare la zona di uno dei punti di riferimento, di un luogo che ha fatto il quartiere, e che a sua volta si è evoluto di pari passo con i cambiamenti avvenuti nel Rione Parione: da sobborgo popolare a cuore della movida romana e del turismo, di certo numerose sono state le modifiche che abitanti e commercianti hanno dovuto apportare alle loro vite ed attività, ma il tutto nel rispetto del corso degli eventi e della situazione sociale e culturale contingente.
Questo sfratto vorrebbe dire forse tornare indietro, fare in modo che il quartiere si lasci strappare uno dei luoghi simbolo della sua storia: dal XVIII secolo infatti il locale è considerato un punto di ritrovo per artisti, letterati e politici, ma anche per quanti hanno trascorso in questa zona di Roma una parte, seppur minima, della propria vita.
Nonostante la raccolta firme (arrivate a più di 5000 tramite le piattaforme Firmiamo.it e Change.org, e oltre 4000 attraverso la petizione cartacea) e i diversi appelli e delibere provenienti dal mondo politico, la situazione si potrebbe a tutt’oggi definire “gamberesca”: un passo avanti e due indietro. Per questo, con una traccia di amarezza, Alessandro ci illustra scherzando (?) il prossimo passo della famiglia Serafini: chiedere aiuto a Papa Francesco, esibendo uno striscione in Piazza San Pietro, che descriva la situazione del Caffè della Pace. «Vogliamo chiedere aiuto a lui non in quanto Papa, ma come Vescovo di Roma: forse un intervento divino potrà risolvere la nostra situazione».
La speranza è di non dover scomodare il Padre Eterno per districare una questione che, per quanto complessa, potrebbe essere facilmente risolvibile utilizzando un pizzico di senso comune. E una buona dose di sentimentalismo.
Pace.

di Annalisa Bifolchi

 

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