Maternità e conciliazione: il Jobs Act ci prova

Il Jobs Act procede la corsa verso la riforma del mondo del lavoro: approvato il testo definitivo del decreto legislativo recante misure per la conciliazione delle esigenze di cura, vita e di lavoro. Ma è davvero così enorme il balzo in avanti in termini di parità di genere?
Nel corso del Consiglio dei Ministri dell’11 giugno scorso è stato approvato il testo definitivo del decreto legislativo di attuazione della Legge Delega 183/2014, entrato in vigore il 25 giugno e consultabile alla pagina http://www.jobsact.lavoro.gov.it/documentazione/Documents/Decreto_Legislativo_15_giugno_2015_n.80.pdf: tale decreto non solo propone misure volte a tutelare la maternità delle lavoratrici e a favorire le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per la generalità dei lavoratori, ma apporta una serie di modifiche al precedente decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (http://www.governo.it/Presidenza/USRI/magistrature/norme/dlvo151_2001_n.pdf) intervenendo su punti controversi della riforma quali ad esempio il prolungamento del diritto alla corresponsione del trattamento economico, il congedo di maternità nei casi di adozione e affidamento, il congedo di paternità e parentale.
Sebbene in materia di conciliazione e maternità numerosi siano stati i passi avanti compiuti attraverso i cambiamenti attuati a livello legislativo, sembra tuttavia essere presente il solito vecchio cancro della società italiana: la mancanza di attenzione linguistica alla disparità, specchio di una serie di falle esistenti nei contenuti della riforma, considerati innovativi e “sperimentali”.
Se infatti viene sottolineata l’importanza del ruolo del padre e della paternità laddove venga a mancare la figura materna (grave infermità, morte, abbandono del figlio o lavoro autonomo), sembra assente la spinta verso un cambiamento che consideri il congedo parentale una questione di “genitorialità” e non di “maternità”: in un’Italia in cui il colloquio conoscitivo per giovani donne candidate ad un posto di lavoro prevede ancora oggi la domanda «Intende avere bambini nei prossimi due anni», è ovvio che il terreno sul quale occorre combattere non è solo quello legislativo, ma soprattutto quello sociale.
D’altro canto, vengono proposte una serie di modifiche riguardo la riduzione dell’orario di lavoro e il prolungamento del congedo parentale: dietro una tale prospettiva – è il caso di dire – rosea, esiste tuttavia la realtà nuda e cruda, e cioè l’impossibilità per una donna di fare carriera e di mantenere un ruolo di spicco nel momento in cui il suo orario non può essere flessibile, ma viene sommariamente ridotto.
Certo, non si può emanare una legge che modifichi il tradizionale pregiudizio del datore di lavoro, ma si può almeno tentare, veicolando dal vertice una nuova visione della gestione familiare. Il Jobs Act ci ha provato. Ritentate, sarete più fortunati/e.

di Annalisa Bifolchi

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