Mal comune, mezzo gaudio

Dal gotha dell’industria automobilistica mondiale arriva la fumata bianca. Ad annunciarlo al mondo, magno cum gaudio, è il presente Obama in persona. L’asse Torino-Detroit è siglato. Per nulla indifferente alle voce di corridoio, Piazza Affari era in fibrillazione già da giorni: appena Sergio Marchionne ha firmato l’accordo con Chrysler, la Borsa di Milano ha registrato un numero di scambi da guinness dei primati. Anche se i titoli del gruppo Fiat hanno chiuso la seduta di scambi con un valore di poco superiore al minimo della giornata (7.515 €), di fatto il trend dell’industria nostrana segna un +50% solo nell’ultimo mese. Ma è il numero delle contrattazioni andate a buon fine a raccontarci la portata globale dell’evento. Oltre 93 milioni di azioni sono passate da compratori a venditori, come a dire che all’incirca l’8,5% del capitale del gruppo Fiat ha cambiato proprietario.

Attraverso un’operazione di alta finanza, speriamo si tratti di quella sana, la Chrysler cederà la quasi totalità di tutti i suoi beni ad un intermediario finanziario detto Newco. Questo genere di operazioni viene chiamato LBO (Leverage Buyout) e consiste nella creazione di una società veicolo, in grado di traghettare cessioni industriali di questa mole. Il nome tecnico di questo genere di società veicolo è appunto Newco.

La Newco in questione, avrà il compito di assegnare alla Fiat una quota pari ad un quinto del valore di Chrysler. Non solo: in questo modo, precisa una nota divulgata da Torino, la casa italiana potrà esercitare diritti su un’ulteriore partecipazione del 15% e un’opzione di acquisto di un aggiuntivo 16%, opzione, quest’ultima esercitabile tuttavia a partire dal gennaio del 2013.

Palazzo Chigi sottolinea che “L’accordo rappresenta anche una conferma delle capacità industriali e di innovazione tecnologica raggiunte dalla Fiat, di cui l’Italia può essere giustamente orgogliosa».

Vero! Verissimo; ma i conti non tornano. Certamente gli italiani sono orgogliosi di questo risultato perché è frutto del lavoro e della creatività nostrani, ma una domanda rovina la festa a chi vive del proprio lavoro, qui in Italia: come mai dalle tasse dei contribuenti escono i denari, che attraverso l’INPS (Istituto Nazionale Previdenza Sociale) creano la CIG (Cassa Integrazioni Guadagni) dei dipendenti Fiat, ovvero un sostegno economico da erogare in caso di crisi, ma quando i grandi gruppi industriali conducono in porto gloriose e remunerative alleanze, agli italiani non spettano dividendi di sorta?

Insomma, in un paese con 60 milioni di abitanti dove si contano oltre 5 milioni di piccole imprese, questo significa che tutti quanti paghiamo i debiti dei grandi gruppi industriali, ma poi loro si tengono gli utili, quando ce ne sono. I conti non tornano affatto, soprattutto se si considera che possono beneficiare di CIG solo le imprese che abbiano occupato più di 15 lavoratori nel semestre precedente la richiesta, inoltre le stesse imprese devono fare preventiva comunicazione alle rappresentanze sindacali. Ma il tessuto economico italiano è fatto da cellule imprenditoriali di piccole, piccolissime dimensioni, senza contare che il panorama contrattuale, che normalmente già non tutela i lavoratori cosiddetti atipici, in questo caso si presenta come arma a doppio taglio e non tutela neanche le imprese, visto che, per la maggior parte in Italia, non hanno diritto alla richiesta di CIG.

Il dubbio che rovina quindi la festa della notizia dell’accordo Fiat-Chrysler, è che si tratti di una festa per pochi.

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