Lisbona 2010, tutti al lavoro!

La sensazione è che al Consiglio di Primavera del 2010, quello che dovrà ratificare la nuova fase della Strategia di Lisbona, di proposte e iniziative da valutare ce ne saranno a centinaia. A partecipare ai lavori preparatori e a presentare i propri punti di vista in merito sono infatti enti ed organismi di un po’ tutto il ventaglio comunitario; poche settimane fa il ministro per le Politiche Comunitarie, Andrea Ronchi, ha presentato al Consiglio dei Ministri il Rapporto 2009 sull’attuazione della Strategia, e a giorni approderà in seno alla Commissione Europea e saranno resi noti gli esiti della discussione. Nel frattempo, arrivano le “proposte politiche concrete” del Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE), riunitosi il 4 e 5 novembre scorsi, nella forma di più relazioni contenenti pareri riguardo i pilastri della Strategia presente e futura.
Tra i temi più importanti trattati, spiccano ovviamente quelli legati all’economia e all’ambiente; per quanto riguarda il primo punto, nella relazione firmata da Wolfgang Greif si cercano di individuare quelle politiche necessarie a garantire una “dinamica di crescita sostenibile, di occupazione e di coesione economica e sociale” per “scongiurare il ripetersi di crisi come quella attuale”. Dopo aver ripercorso le fasi precedenti della Strategia, si afferma in maniera netta che gli obiettivi non sono stati raggiunti e che ciò è dipeso dalla “mancanza di una politica più coerente degli stati membri” e dal fatto “che il metodo aperto di coordinamento offre scarsi stimoli all’impegno nazionale e comunitario”.
Si chiede così di uscire dalla visione di Lisbona 2000 e fare i conti con il mondo del decennio successivo, il che significa concentrarsi su una “regolamentazione efficace dei mercati finanziari, una radicale revisione dei modelli di produzione ” verso l’ecosostenibilità e “investimenti nell’innovazione dei servizi pubblici” all’interno dell’UE.” A margine, si propone di cambiare il nome del progetto, come un gesto simbolico per evidenziare il cambio di marcia e la rottura con quelle griglie del passato che hanno fallito. La relazione continua sottolineando gli sforzi che devono essere fatti per garantire una politica economica di coesione sociale che riduca le sperequazioni e sia il volano del benessere dei cittadini dell’Unione e non solo di quelli più ricchi. Si chiede così di mettere mano al mondo del lavoro precario per far sì che all’incremento di produttività corrisponda un aumento di posti di lavoro, e viene coniato il termine “flessicurezza”, ovvero un alto grado di adattabilità del mondo del lavoro e delle norme che lo riguardano così da garantire una capacità di risposta maggiore ai problemi di quella dimostrata nell’ultimo anno di turbolenze.
Tutto questo non può che tradursi in un maggiore potere degli organi comunitari, primi fra tutti la BCE e gli altri organismi che operano in materia economica. Infine, l’ennesimo evidenziatore passato sui cambiamenti climatici, in merito ai quali si propone un “New Green Deal” fatto di pragmatismo in senso ambientale, ovvero di misure volte a tutelare l’ambiente non per ideali astratti ma per le reali possibilità economiche e lavorative che si aprirebbero investendo su “mercati verdi”.
Sono obiettivi di portata massima, ma soprattutto investono anche competenze e problematiche che vanno oltre i confini europei; e così l’altra significativa relazione, firmata da Luca Jahier, è incentrata sulla dimensione esterna della Strategia di Lisbona. E’ convinzione del CESE infatti che “l’Europa prospera innanzitutto grazie alla sua apertura nei confronti del resto del mondo” sia in termini economici che di “scambio di cultura e conoscenza”. L’accento viene posto su due grandi politiche della materia: il ciclo di Doha e un progetto che i relatori chiamano “Eur-Africa”, che consiste nel rafforzamento dell’interdipendenza delle politiche comunitarie e di quelle dell’Unione mediterranea, ma soprattutto del rafforzamento del partenariato con l’Africa. Non vengono trascurati gli importanti rapporti con l’Asean , con le potenze economiche in ascesa (con una menzione particolare alla Cina) e i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, arrivando alla creazione di una forte e incisiva organizzazione sovranazionale in materia economica che non sia solo il riflesso del predominio economico di una èlite di nazioni. Si propongono fin da subito una serie di seminari e incontri del CESE con “i gruppi di interesse economico e sociale delle regioni interessate”.
A guardare bene, non si tratta di novità sconvolgenti né nelle diagnosi né nelle ricette; qualunque organismo abbia espresso negli ultimi due anni il proprio parere sulla Strategia ha evidenziato le stesse falle e proposto di stessi rimedi per tapparle. La speranza è che medesima unanimità e medesima volontà vengano poi dimostrate quando il tutto andrà tradotto in realtà quotidiana per i cittadini dell’Unione Europea.

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