“Donne e giovani insieme per cambiare l’Italia”; intervista ad Angela Padrone

Abbiamo intervistato Angela Padrone, vice caporedattore centrale de “Il Messaggero”, all’uscita del suo ultimo libro “la sfida degli outsider; donne e giovani insieme per cambiare l’Italia”.

Dottoressa Padrone, come nasce questo libro?
Nasce dalla constatazione che in Italia ci sono delle categorie di persone che, se formalmente hanno gli stessi diritti degli altri, in pratica sono sotto rappresentate in ogni settore della vita pubblica e privata, cioè, sul mercato del lavoro, in politica, nei posti di responsabilità, etc.; e queste persone sono prevalentemente le donne ma anche i giovani che stanno scivolando sempre più indietro. Ma non solo. Nasce anche dalla constatazione che negli ultimi anni, non solo in Italia, ma anche negli altri Paesi si è detto che proprio queste persone sono quelle che potrebbero far sviluppare l’economia, potrebbero portare innovazione, potrebbero portare idee nuove nel management delle società economiche. In Italia si verifica questa doppia situazione per cui queste persone da una parte sono svantaggiate, e dall’altra non vengono utilizzate per il bene comune. Il Paese potrebbe avvantaggiarsene, invece le donne lavorano pochissimo, abbiamo il record negativo in Europa per cui lavora solo il 46% contro 60% della media europea; i giovani sotto i 25 anni sono quelli che patiscono di più la non occupazione che non sempre si riflette nei dati di disoccupazione. Spesso i dati di disoccupazione sono fuorvianti, se noi guardiamo i dati sull’occupazione notiamo che i giovani occupati sono pochissimi, lavora solo 1 su 5 sotto i 25 anni, e anche dopo sulle loro spalle grava il peso della flessibilità, che di per sé può essere una cosa buona che serve al mercato e che crea opportunità come ha fatto in 10/15 anni, che però, se pesa solo su una fascia della popolazione diventa una forma di ghettizzazione.
In Europa si era diffusa proprio la flessibilità, in Italia invece è arrivata la precarietà.
Io ho scritto un paio di anni fa un altro libro intitolato “precari e contenti” che contesta l’idea che in Italia ci siano più precari che all’estero. I dati non dicono questo, come cifre non abbiamo più lavoratori a termine di alti Paesi; è vero però che in Italia primo pesa tutto sulle spalle dei giovani e delle donne, quindi su una fascia ben precisa, secondo non ci sono quelle protezioni che esistono in altri Paesi, cioè quelli che hanno un lavoro a tempo determinato non hanno grandi protezioni, non hanno la cassa integrazione. Soprattutto non ci sono dei canali di riaccompagnamento al lavoro che sono la cosa più importante, e quindi ecco che in Italia c’è questo senso di precarietà.
Alla presentazione di martedì (24 Novembre n.d.r.) sono state fatte varie ipotesi come il merito e trasparenza, dal Ministro Brunetta, e la creazione di un’authority dall’onorevole Bonino. Sono davvero realizzabili? O meglio, c’è la reale volontà di realizzarle?
Secondo me è interesse dell’Italia fare qualcosa; io sono convinta che questa situazione sia l’effetto di una serie di concause, alcune di carattere culturale, per questo spiego che c’è un’elite, una classe dominante composta prevalentemente da uomini, maschi, che hanno mediamente sui 60/65 anni, che non hanno nessuna intenzione di mollare il potere e gli strumenti che li rendono forti nel mercato del lavoro. Tuttavia questo danneggia l’Italia e lo rende un Paese stagnante, immobile, io lo chiamo paludoso. Adesso c’è la crisi, ecco, secondo me la crisi potrebbe essere un meccanismo di risveglio, potrebbe quasi essere utile per rendersi conto che le cose non possono più procedere in questo modo. Sono 10 anni che l’Italia cresce pochissimo, nel mercato del lavoro la crescita è stata anche aiutata dall’introduzione della flessibilità, però è ancora una crescita asfittica. Bisogna rimettere in moto questo Paese e come coinvolgere queste categorie, per il loro bene, ma anche per il bene di tutti; siamo un Paese che cresce poco, che innova poco, che investe poco nel mercato del lavoro, nella scuola, nella ricerca, nel merito; che si diano più opportunità a tutti. Da qualche parte si deve pur iniziare. Quella dell’authority può essere una buona idea, anche perché è una di quelle cose che poi costringe a far parlare di questo argomento, anche se arriverebbe ad essere una sorta di antitrust con il monopolio di un elite fatta appunto di uomini 60 che non creerebbe nessun automatismo. Io sono arrivata addirittura a dire che bisognerebbe introdurre delle “quote”. So che in Italia a molti non piacciono, so che proprio a molte donne quest’idea non piace, io stessa sono stata contraria, però credo che mi arrenderei ad un sistema di quote temporaneo che smuova un po’ le acque. E lo dico anche per i giovani, per gli under 35.
Parlando proprio di quote. Garantire un certo numero di posti per le donne ed altrettanti per gli uomini non va a scontrarsi proprio con l’idea di meritocrazia attraverso la quale lavora chi merita?
In questo ha ragione, però a meno che non si creda che donne e giovani non meritano mai, oggi ci sono già le quote, e sono quote al 100% a favore di una certa categoria. Le donne nei consigli di amministrazioni di società quotate rappresentano meno del 2%, che se poi si va a guardare sono per la maggior parte figlie di grandi capitani di industria o della finanza e che quindi rappresentano le loro famiglie. Se invece si va a vedere la politica, in Parlamento c’è un 17% di donne, ma al governo sono pochissime, e se guardiamo nei posti di responsabilità ancora di meno. Quindi crediamo che le donne non abbiano merito? Che poi è tutto il contrario della realtà, perché risulta che le donne sono molto più brave a scuola, si laureano più degli uomini, quando c’è un concorso le donne ottengono migliori risultati, in magistratura ormai entrano più donne che uomini perché sono quelle che vincono i concorsi. Quindi c’è qualcosa che non va, esistono già le quote e sono quote in favore di una certa categoria che svantaggia le donne e i giovani. Io sono d’accordo che non è uno strumento perfetto e se riusciamo a farne a meno tanto meglio. Ecco perché poi si parla di altri sistemi come l’authority, l’antitrust, o cercare di utilizzare più trasparenza nella pubblica amministrazione; l’accesso per concorso è un modo che induce più trasparenza. Ed in tutti i posti in cui si accede per concorso ci sono più donne, e questo è un dato di fatto. Dove si accede invece per cooptazione, come nella politica, nella finanza, nelle società private etc. sono invece per la maggioranza uomini.
Un sistema quindi come quello in uso negli Stati Uniti, cioè presentare curriculum in cui non si fa riferimento al sesso e spesso nemmeno all’età, qui in Italia è una realtà molto lontana?
Ma secondo me è molto lontana perché non fa parte della nostra cultura, anche perché il nostro mercato è fatto di piccole e medie imprese che giustamente vogliono sapere chi assumono; io stessa non assumerei una persona che non conosco. Però anche questo potrebbe essere un modo. Io nel mio libro faccio alcune proposte, come l’abolizione del valore legale del titolo di studio,  i congedi parentali obbligatori per i padri, perché attualmente per un’impresa è un grande costo, anche solo potenziale, assumere una donna perché sono le donne che chiedono i congedi o che si assentano per accudire un figlio. Introdurre un obbligo per gli uomini in caso di paternità riequilibrerebbe un po’ le cose. Poi ci sono altre proposte tipo tasse più basse per le donne come è stato proposto da alcuni economisti, riequilibrio del welfare tra pensioni ed altri servizi di cura, tutto questo può contribuire a modificare questa situazione che è pietrificata e che in qualche modo danneggia anche l’economia in generale.
Parliamo dei blog. Quale ruolo hanno avuto per la stesura di questo libro e quale ricoprono o possono ricoprire all’interno della società odierna, a livello proprio di libertà e possibilità di informazione e di stampa?
I blog, come i social network e la rete in generale sono un grande strumento di conoscenza e di possibilità di creare contatti. Nel mio libro utilizzo i blog e molte cose che si dicono sulla rete come una scala, degli appigli, non perché siano diversi dalle interviste che si sono sempre fatte per esempio nelle trasmissioni o nei libri giornalistici, ma perché sono uno strumento più moderno. Tra l’altro i giovani e le donne utilizzano molto questo strumento, quindi mi sembrava giusto in qualche modo raccontare questa realtà. Io credo che tra l’altro sia un grande elemento di modernità, di innovazione, come dicevamo prima, mette in movimento delle cose, dà delle opportunità, quindi credo sia indispensabile, e di fatto e già così.
E nel giornalismo la situazione com’è?
Nel giornalismo la situazione non è gran che perché 30 anni fa nei giornali non c’erano le donne, mentre in questi ultimi anni sono diventate tantissime e nelle redazioni sono spesso intorno al 50%, nella televisione addirittura credo che le giornaliste abbiano superato 50%, tuttavia se noi guardiamo alle posizioni di vertice ci accorgiamo ancora una volta che le donne sono pochissime; cioè, c’è un direttore di giornale che è Concilia De Gregorio dell’Unità, tra l’altro scelta da un partito che voleva in questo far vedere che eleggeva una donna, cioè spesso si eleggono le donne per far vedere che si è moderni; i numeri in realtà sono piccolissimi, io sono vice capo redattore centrale ma sono una delle poche, gli uomini sono circa il 90%. E nel giornalismo questo significa che poi nella fattura quotidiana del giornale si trasmette una certa visione del mondo tradizionalista, al di là della destra e della sinistra. Io nel libro appunto racconto che poi nella politica, soprattutto da parte dei giovani ma anche da parte delle donne c’è una tendenza a superare alcune divisioni tradizionali tra destra e sinistra, quindi quando parlo di tradizionalismo vado oltre la differenza tra destra e sinistra perché credo che ci siano posizioni conservatrici ed innovatrici in tutti e due gli schieramenti; si tratta riuscire a dare spazio alla parte più innovatrice di tutti gli schieramenti. E così nei giornali, i giornali sono molto tradizionalisti come argomenti da trattare, come fotografie da utilizzare, proprio perché sono governati da uomini e non giovani.

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