Il “Cavaliere Dogon” in visita alla Galleria “African Heritage”

Una nuova esposizione di rara bellezza e dai contenuti profondi è nuovamente di casa presso la Galleria “African Heritage” in Via dei Banchi Nuovi 22 a Roma.
Dal 5 al 22 dicembre la Galleria presenta l’esposizione “AFRICAN ICONS – GREAT ANCESTRAL SCULPTURES”, rivelando al pubblico per la prima volta  alcuni rarissime sculture provenienti da una collezione privata di un illustre pioniere della cooperazione nel Continente Nero. Le sculture esposte rappresentano una vera e propria rivelazione, essendo testimonianze inedite di importanti culture.
… lasciamo dietro le spalle le viuzze del centro di Roma, con i loro profumi di eminente Natale, con i gruppetti di turisti dolcemente derubati nei ristoranti pseudotipici, con le corse per i regali…varchiamo la soglia di questo luogo che qualcuno potrebbe chiamare “magico” ma che vorrei nominare “un posto senza tempo” e rimaniamo rapiti dalla sobrietà di un’estetica completamente diversa, apparentemente povera e a volte troppo essenziale per il gusto occidentale.
Nella prima sala della galleria “troneggia” il Cavaliere Dogon, una statua equestre di grandi dimensioni. La sua impostazione, il realismo e la forza che sprigiona, la sintonia con il cavallo, creano un’idea di grande nobiltà e fierezza dello spirito dei Dogon, un popolo di coltivatori di miglio, dei fabbri ed eccellenti scultori ma anche un popolo di astrologi che si è insediato a sud del fiume Niger sulla parte nord del Mali circa nel 15° secolo, fuggendo dalla siccità e dall’ islamizzazione. Le statue equestri dei Cavalieri Dogon sono molto rare, non essendo il concetto del “cavaliere” molto comune per questo popolo di coltivatori… lo sguardo fiero del “Cavaliere” che guarda l’infinito davanti a sé,  la sua lancia immaginaria puntata al futuro, tutto fa pensare ad un sacerdote o ad un importante Antenato condottiero…
Accanto al “Cavaliere”  possiamo ammirare le tre maschere di antilope “Adonè”. Appartenevano al popolo Kurumba del Nord del Burkina Faso. Le tre “antilopi” venivano utilizzate per accompagnare i defunti nell’aldilà alla fine dei riti funebri e per onorare la memoria degli antenati defunti. Gli “Adonè” potevano essere indossati o anche usati come altari e luoghi per le offerte. Durante le danze si mettevano sul capo come creste. Con il loro collo possente e un paio di corna appuntite evocano il rapporto fra la vita terrestre e l’al-di-là, un concetto importantissimo per i Kurumba. Incarnano lo spirito dell’antilope equina, un totem protettivo di questo popolo.
Parlando dell’arte africana dobbiamo sempre tener presente che essa è stata definita “arte” da noi occidentali.
L’esperto d’arte africana e scrittore Giovanni Maria Incorpora, nel suo racconto nel corso dell’inaugurazione, ha sottolineato che “bello” è una definizione assolutamente occidentale e  per un artista africano potrebbe non significare niente, è il concetto di funzionalità che dirige il lavoro.    
Per i popoli africani è diversa la stessa idea di arte e di artista. Per i popoli dell’Africa sub-sahariana “l’arte” rappresenta una delle necessità della vita quotidiana, fa parte della nascita come della morte, viene usata per la raccolta, accompagna l’uomo in tutte le fase significative della sua vita.  
Un artista per i popoli africani non ha a che vedere con un artigiano, è considerato “Ti-bala”, colui che parla con la materia e con gli dei. Da qui proviene quell’eleganza interiore, dovuta alla mancanza del superfluo, di tutto ciò che può distrarre  o abbellire, per arrivare all’essenza del contenuto, all’estetica dell’utilità. Manca anche la firma dell’artista sull’opera, sostituita dai segni dell’appartenenza all’etnia. In questo modo il concetto dell’individuo si dissolve nel concetto di “gruppo”, “etnia”, “popolo”.
L’Onorevole Jean Leonard Touadì, deputato e grande conoscitore e promotore della cultura e della storia africana, durante l’inaugurazione della mostra, ha parlato dell’importanza del recupero dei frammenti dispersi della memoria storica, del pericolo di “autonegazione”, della perdita delle radici dovuta alla “civilizzazione” dei popoli africani. Recuperare e rivalutare la memoria del passato, per “recarsi all’appuntamento universale con qualcosa di vero, autentico…”
Con questa mostra la Galleria “African Heritage” gestita con sapienza e amore da Gabriella Fonticoli vuole rendere nuovamente omaggio alla “Grande Madre Africa” presentando al  pubblico le vere e  proprie ICONE della cultura del continente nero.  

 

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