Elezioni europee, Paolucci: “Il Pe rappresenta la progressiva europeizzazione della politica nazionale”

“Usa il tuo voto” è lo slogan con cui l’Unione europea sta invitando gli elettori alle urne in vista delle consultazioni del 6 e 7 giugno per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. L’affluenza al voto, quando si tratta di europee, è sempre piuttosto bassa (nel 2004, tanto per fare un esempio, ha votato il 45 per cento circa degli aventi diritto), ma stavolta la speranza è ben diversa.

C’è una crisi da fronteggiare e da più parti, dal Fondo monetario internazionale alla Confindustria, si richiede un’Europa più “forte” e più “compatta” per cercare di superare l’emergenza economica. Ma quanto il concetto di “Europa” è vivo tra i cittadini? È questo uno degli interrogativi che accomuna tanto gli europeisti convinti quanto i cosiddetti euroscettici. Queste elezioni a chi andranno realmente a giovare? “Il Parlamento europeo – spiega al Laboratorio dei 100 Pietro Maria Paolucci, professore di diritto comunitario e direttore dell’Osservatorio sulle strategie europee per la crescita e l’occupazione (O.S.E.C.O.) – è un’istituzione comunitaria prevista dal Trattato di Roma. Dunque, queste elezioni sono molto importanti perché coprono istituzionalmente un organismo dell’Unione europea. Sono importanti anche perché offrono una valenza politica all’Ue e, inoltre, sono un effetto dell’appartenenza. Il Parlamento, insieme alla Commissione e al Consiglio, rappresenta la progressiva ‘europeizzazione’ della politica nazionale”.

I cittadini riescono a recepire il messaggio? “L’europeizzazione della politica nazionale” sembra un concetto così astratto…

C’è effettivamente chi lamenta uno stato perpetuo di perplessità nei riguardi dell’Unione europea. L’auspicio è quello di un’Europa federalista, dove le vecchie divergenze vengano superate e dove gli europei, avendo riscoperto la loro identità, creino tutti insieme il proprio futuro. Dall’altro lato c’è pure chi, timoroso della centralizzazione e attaccato alle proprie nazioni o regioni, difficilmente lascia agli stranieri la possibilità di mettere bocca nei propri affari e quindi può gioire della confusione che regna attualmente nell’ambito dell’Unione europea.

Regna la confusione e non a caso sempre meno persone vanno a votare quando ci sono le consultazioni europee.

Proprio così. A mio avviso, il fallimento più rilevante è l’incapacità di parlare con un’unica voce negli affari internazionali che non rientrano nel cosiddetto “pilastro comunitario”.   Ad esempio, nell’attuale contesto della crisi economica mondiale.

L’Europa non soffre, forse, l’assenza di un autentico leader con il quale potersi rispecchiare?

Sarebbe meglio dire che normalmente, quando si parla di Europa, si parla di scarsa democraticità. L’aspetto più tecnicamente legislativo non spetta prettamente al Parlamento, bensì alla Commissione e al Consiglio i cui rappresentanti non vengono eletti, ma nominati. In questo senso rientra l’incapacità di parlare con un’unica voce negli affari internazionali. C’è anche da dire però che l’Unione europea, nonostante tutte le difficoltà storiche che sappiamo, è cresciuta da sei a 27 membri, a cui vanno aggiunti quegli Stati che hanno fatto richiesta di adesione. A me non sembra, francamente, che ci siano Paesi smaniosi di andarsene, evidentemente i benefici superano di gran lunga i costi. A questo punto la domanda è un’altra: è possibile costruire un’identità europea? Noi abbiamo solo un modello, vale a dire la costruzione dell’identità nazionale. Non c’è un riferimento, se non questo. Nello stesso Trattato di Lisbona è scritto che l’identità europea non si può insegnare, che non si può fare dell’Europa uno Stato nazione.

Quindi auspicare l’avvento di un “presidente dell’Europa” è pura utopia?

Il Trattato di Lisbona prevede, tra le altre cose, la nomina da parte del Parlamento del presidente della Commissione. Lo strumento, di conseguenza, legittimerebbe ancora di più le scelte dei cittadini perché legato ai risultati delle consultazioni europee. Questi, però, sono degli escamotage di carattere tecnico. Se il quadro che stiamo analizzando è comunitario, significa che ci sono delle politiche comuni. Se le politiche sono comuni, vuol dire che c’è un’appartenenza comune. C’è un aspetto che andrebbe analizzato maggiormente quando si parla di “europeizzazione”, ovvero l’influenza che viene esercitata dalla dimensione sovranazionale sull’organizzazione e sul funzionamento dei partiti politici. L’aspetto legislativo, che con la procedura di codecisione viene attribuito anche al Parlamento, fa sì che tutte le competenze specifiche dei parlamentari sui temi europei debbano poi essere attuati a cascata sui territori nazionali. Certo è che se noi continuiamo a inviare a Strasburgo eurodeputati poco esperti non potremo mai sviluppare al meglio questo processo di “europeizzazione”. Quanti partiti tengono conto, durante la compilazione delle liste, delle capacità “europee” degli eventuali candidati?

Infatti, spesso le elezioni europee sono paragonabili a un “termometro” della politica nazionale quasi fosse un test…

Abbiamo una strana concezione del Pe. E in questo siamo un po’ euroscettici. Riteniamo l’eurodeputato un’appendice del partito, ma  è un metro di giudizio completamente fuori luogo. I cittadini spesso non sanno che la maggior parte delle politiche europee influenzano inevitabilmente le politiche nazionali. Noi “vantiamo” qualcosa come 160 procedure di infrazione nell’ultimo scoreboard e quasi tutte dipendono dalla mancata attuazione delle politiche europee sul nostro territorio.

Prima accennava al Trattato di Lisbona, che però stenta a decollare…

Sono convinto che il Trattato di Lisbona passerà, e passerà così com’è. Ciò non toglie che non si può non tenere conto delle difficoltà che sta incontrando l’iter di ratifica. Ma il vero problema dell’Ue è che ogni Paese membro parla per sé. Il superamento di tale barriera ci sarà quando i tre pilastri dell’Unione – quello comunitario, quello intergovernativo e il Pesc – saranno sotto un’unica egida.

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