Un quartiere “(s)cavato” Stampa
Scritto da Gabriele Rizzi   
Giovedì 11 Ottobre 2018 17:02

Nascoste sono oggi le cave agli occhi dei Romani. Coperte di vegetazione, riadattate. Dismesse da poco tempo o inattive ormai da decenni e per questo dimenticate. Eppure, quando l’Eur era “tutta campagna” – per riprendere un vecchio detto – le cave erano molteplici, tant’è che – a giudicare dalla mappa degli scavi aperti nell’area – i terreni che circondavano il quartiere dell’Esposizione Universale dovevano assomigliare a giardini popolati da talpe. Pozzolana. Era questa la pietra ricercata nel sottosuolo di Roma. Un materiale indispensabile all’industria edile – in quanto aggiunto al cemento – di cui Roma è ricchissima; a generarla è infatti la frammentazione della lava che, a sua volta, venne prodotta dalle antiche eruzioni del Vulcano Laziale. Sebbene le colate laviche abbiano generato anche tufo e leucitite (roccia effusiva utilizzata per la pavimentazione del centro storico), gli odierni quartieri Eur, Torrino, Grotta Perfetta, Ardeatino, Giuliano Dalmata e Laurentino poggiano su terreni ricchi di pozzolana che proprio qui fu estratta in grandi quantità.
Per farsi un’idea, basti pensare che l’area compresa tra il Tevere, la via Appia antica e il Grande Raccordo Anulare ospitava circa novanta cave. La maggior parte di esse, però, è stata ormai inglobata nella città in espansione e i terreni sono stati rimodellati per ospitare i palazzi. La sola area di Cesare Pavese-Fonte Ostiense, ad esempio, contava ben sedici punti di estrazione di pozzolana, attualmente però invisibili in un’area così densamente popolata.
La stessa cosa, del resto, si può dire dei quartieri Giuliano Dalmata e Fonte Meravigliosa che – sebbene in una superficie più ampia – vedevano lo stesso numero di miniere a cielo aperto. Un aspetto che si può solo intuire dall’orografia della zona, fatta di importanti rilievi collinari intervallati da ampie valli.
Altre cave, invece, sono ancora visibili, come l’ex Cava Nenni – presso il quartiere di Vallerano – dove si è formato un lago e dove hanno cominciato a dimorare diverse specie di uccelli; essa doveva essere una delle più profonde della zona, a giudicare dalle ampie pareti scoscese. Laddove, invece, non sono state costruite abitazioni, degli scavi non rimane più nulla, essendo stati i terreni ormai livellati; tra i fiori e gli arbusti cresciuti, niente rivela il passato industrioso dell’area, salvo fuorché qualche masso che appare fuori posto, come nel parco di via Matteo Bartoli, in passato punto di estrazione della selce.
Individuare i vecchi punti di scavo, capire il materiale portato alla luce e cercare di immaginarsi come doveva apparire un’area in passato, dunque, può dirci molto sul nostro territorio e rivelarci tanto sui nostri antenati. Perché, magari, le pietre con cui sono costruiti i palazzi e i monumenti che ammiriamo nel centro storico, sono state estratte proprio sotto casa nostra.

Di Gabriele Rizzi

 

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